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mercoledì 31 gennaio 2018

[Spinoff] Episodio 22



In realtà, da quando avevo incontrato i Cani da Guardia avevo sentito una strana sensazione, come se all'improvviso dovesse succedere l'irreparabile. Presi le mie cose e quelle di Warren e le gettai alla rinfusa nello zaino che mi ero portata.
Feci per uscire dalla stanza quando lui mi bloccò per il braccio, mi girò la testa e mi baciò per alcuni secondi. - Ti sei calmata? - mi chiese.
- No, non posso stare calma. Io devo... devo tenervi al sicuro - gli risposi guardandolo negli occhi. Era colpa mia se si facevano male, o peggio.
Mi avvolse il viso con le mai. - Ascolta, anche se corressimo alla massima velocità, quanto ci impiegheremo a tornare a New Orleans? - mi chiese di nuovo.
- Se partiamo subito, arriveremo domani mattina - gli risposi ancora agitata.
- Bene, e in questo lasso di tempo non potresti fare comunque nulla, giusto? - fece lui.
Annuii. Sapevo dove stava andando a parare.
- Quindi è inutile agitarsi, no? - continuò il ragazzo.
Aveva ragione, anche se avessi corso come una pazza non avrei potuto fare nulla. Presi un profondo respiro e mi calmai. - Sì, scusa - gli sorrisi.
- Tranquilla. Se questo è l'unico momento che ho per farti da ragazzo, tanto vale aiutarti a non perdere la testa - mi fece l'occhiolino. Poi mi lasciò andare, aprì lo zaino, prese i vestiti che gli avevo comprato e se li mise. Infine prese la maschera e la indossò.
Ero così agitata che non mi ero resa conto che Warren era rimasto nudo per tutto il tempo. Con le ferite che aveva non era bene che stesse nudo. Per un attimo mi stupii del carico di stress che poteva portare una come Evaline, sempre in ansia per ogni membro della congrega. Ha davvero una gran forza quella ragazza, pensai.
Mezz'ora dopo eravamo partiti per New Orleans.
Come previsto arrivammo in mattinata del giorno dopo.
Quando entrammo nella base l'atmosfera era glaciale, Amita era sdraiata sul divano con una trapunta a farle da coperta e fissava il vuoto, Alan guardava il suo schermo con le mai giunte davanti alla bocca.
Mi avvicinai di qualche passo. - Lo avete trovato? - chiesi con un po' di timore.
Alan mi fece di sì con la testa e mi indicò lo schermo con un dito.
Andai a vedere cosa voleva e appena lo raggiunsi fece avviare un video di sorveglianza. Inizialmente non c'era nessuno, poi si intravvide una figura di spalle.
- Chi è? - chiesi ad Alan.
- Den! - rispose secco.
Nel vide, Den sembrava stesse aspettando qualcuno che non fece tardi ad apparire. La seconda figura aveva qualcosa di famigliare ma non riuscii a capirlo per via del berretto che indossava e la risoluzione che era pessima. Improvvisamente Den iniziò a urlare qualcosa, purtroppo l'audio non c'era, ed infine provò a colpire l'uomo. L'individuo col berretto riuscì a spingere lontano il ragazzo che provò subito dopo a caricare l'avversario. L'uomo fece un gesto con le mani e trapassò il petto di Den con una saetta. Il corpo del ragazzo cadde a terra con la ferita ancora fumante.
Per un istante l'uomo alzò la testa e distrusse la telecamera, ma io lo riconobbi subito: il Reggente.
- Oddio - sbottò Warren.
- Hanno trovato il corpo? - chiesi.
- Sì, ieri pomeriggio. Aveva un foro cauterizzato all'altezza del cuore. È morto sul colpo - mi rispose Alan senza mai alzare gli occhi dall'immagine del responsabile.
- Cristo santo! - commentò Warren.
- Gesù non centra un bel niente, questo è un tentativo molto goffo di liberarsi dei testimoni scomodi - replicò Alan con falsa freddezza. In realtà sapevo che stava ribollendo di rabbia.
- Tranquillo, so chi è l'assassino. È il capo della Coalizione del Bayou, Chuck Mandes alias il Reggente - gli dissi mettendogli una mano sulla spalla.
- Coalizione del Bayou? - mi chiese Warren.
- È una specie di alleanza forzata, attraverso un complicato rito o roba del genere, di quattro congreghe molto antiche. Il Reggente è il capo di queste congreghe - spiegai.
Warren fece sì con la testa, ma sapevo che non c'aveva capito nulla.
- E come sta Amita? - chiesi infine.
- È catatonica da quando lo abbiamo saputo - rispose Alan.
Era comprensibile, il suo ragazzo era stato brutalmente ucciso da una persona che sapeva scagliare fulmini dalle mani, per la maggior parte delle persone sarebbe impossibile da credere anche se lo vedesse con i propri occhi.
Le andai vicino, era giunta l'ora per lei di affrontare un discorso che potrebbe distruggerla completamente. - Mi dispiace tanto, Amita - le spostai una ciocca di capelli dal viso.
- Lo sai, è stato lui a riunirci per combattere la Compagnia. Aveva perso la sorella per colpa delle attrezzature difettose comprate da loro. Aveva solo sette anni - mi raccontò.
- Capisco - risposi.
- Davvero? Hai mai amato in vita tua, soldatina? - mi chiese con disprezzo.
- E tu, amavi Den? - Dovevo iniziare prima o poi.
Lei mi guardò furiosa. - Ovvio che sì - rispose.
- Sicura? - continuai.
- Perché insisti? - mi urlò. - Sì, lo amavo. Stavamo bene insieme. Era il mio Den, capisci? Era... era... - Più continuava a parlare e più la sua sicurezza veniva meno.
Aspettai che si calmasse poi diedi con calma la mia spiegazione per il mio atteggiamento: - Vedi, spesso le Streghe Chiaroveggenti inesperte credono di provare sentimenti per qualcuno, ma in realtà si tratta di altro. Il dono di questo tipo di strega è famoso per predire la morte di altre persone.
- Quindi stai dicendo che stavo con lui perché ho scambiato l'amore con la pietà? - sembrava disgustata dalla mia spiegazione.
- Inconsciamente, sì - le risposi schietta fissandola negli occhi.
Lei cambiò lentamente espressione, riusciva a sentire che non stavo mentendo. - Sembra più una maledizione che un dono.
Annuii, sapevo che per lei era dura da accettare ma forse potevo alleggerirle un o' il peso da portare. - Devo chiederti una cosa?
- Hai fatto trenta... - rispose al limite della sopportazione.
- Devi decidere tu. Vuoi che il colpevole venga arrestato o vuoi che lo uccida? - le chiesi.
Lei fissò il vuoto qualche secondo per decidere, poi si alzò, mi prese la maglia e avvicinò il suo viso al mio, aveva gli occhi iniettati di sangue. - Uccidi quel figlio di puttana e fa in modo che soffra il più a lungo possibile.
Sorrisi, era quello che speravo di sentire. - Sarà fatto!  


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mercoledì 24 gennaio 2018

[Spinoff] Episodio 21



Quando riaprii gli occhi mi sentii riposata e appagata, cosa che non credevo possibile in quel momento della mia vita. Abbassai lo sguardo notando il braccio di Warren che mi stringeva delicatamente a se. Sorrisi, non mi era mai successa una cosa del genere e ammisi a me stessa che era una bella sensazione, sembrava quasi un gesto di protezione.
Istintivamente gli strinsi il braccio e chiusi gli occhi per addormentarmi di nuovo, volevo assaporare quel momento il più a lungo possibile.
- Ehi, ti sei svegliata finalmente - mi sussurrò all'orecchio Warren.
- Sì, ma vorrei dormire ancora un po' se non ti dispiace - gli risposi.
- Come vuoi tu, cherie - Dal tono che aveva sembrava felice della cosa, però sapevo che non poteva durare. Ero la persona sbagliata al momento sbagliatissimo per una relazione.
Restammo in quella posizione e in silenzio per un'altra ora, dovevo affrontare quel discorso con lui ma non volevo rovinare l'unico momento davvero bello di quel periodo.
Alla fine persi coraggio e i girai. - Devo dirti una cosa.
- Fammi indovinare, ti sei innamorata me, vero? Succede sempre con le numerose ragazze immaginarie che ho avuto - scherzò accarezzandomi una guancia. Quel gesto rendeva ancora più difficile dirglielo.
Feci no con la testa. - Quello che sto percorrendo è un viaggio molto pericoloso e se non rimango concentrata rischio di farmi ammazzare. E io non voglio morire - spiegai, soprattutto perché volevo tornare dalla mia nuova famiglia.
- Quindi? - mi chiese confuso lui.
Lo baciai sulle labbra. - Quello che succede a Houston, rimane a Houston - decretai.
Il viso di Warren fece lentamente trasparire il senso di delusione delle mie parole. Quel discorso non valeva solo per me ma anche per lui, per poco non lo uccidevano solo per aver spiato una casa.
- D'accordo, quindi finché siamo qui possiamo fare ancora sesso come una coppia vera - mi disse mentre si portava sopra di me e si avvicinò per baciarmi.
Lo lasciai fare, anche perché anch'io avevo voglia di stare con lui. Nonostante alcuni lamenti di dolore alle ferite non del tutto guarite, la possibilità di coccolarci ancora un po' era il miglior regalo che potessi ricevere.
Ci stavamo ancora baciando quando il cellulare iniziò a squillare. - Warren... devo... devo rispondere - cercai di fermarlo controvoglia.
- Lascialo squillare - mi disse mentre mi stimolava i capezzoli con la lingua.
Cercai di contenermi, anche se era difficile. - Se... non rispondo continuerà a suonare e addio romanticismo.
- Se rispondi, addio Houston, me lo sento - mi confessò mentre mi accarezzava il seno.
Lo guardai male, con uno sforzo presi il cellulare e lessi lo schermo: era Amita.
Risposi alla chiamata. - Buongiorno
- No, non lo è - mi rispose.
Mi alzai a sedere e guardai preoccupata Warren. - Che cosa succede?
- Non vediamo Den da tre giorni - mi disse.
- Okay. Dov'era l'ultima volta che l'hai visto? - le chiesi con calma.
- A casa mia... - rispose Amita.
- Bene. Significa che deve essere successo qualcosa durante il tragit... - provai a ragionare.
Amita, in un raptus mi disse: - Abbiamo fatto l'amore e se n'è andato nel cuore della notte, diceva di voler risolvere la faccenda una volta per tutte. Sono preoccupata
- E tu non sai dove sia finito? - le chiesi.
- Ti ho chiamata proprio perché non so dove sia - sembrava confusa dalla mia domanda.
Maledii il fatto di non aver mai trovato il tempo di spiegare ad Amita in cosa consistesse il suo potere. - Tu hai avuto degli incubi di recente, giusto? - continuai.
- Sì, ma cosa centra? - domandò sempre più agitata.
- Raccontameli - le ordinai.
Fece un profondo respiro, lo avevo sentito da un fruscio nella chiamata. - È uno solo in realtà. Den e uno strano tipo dentro un magazzino che litigano. Poi una luce abbagliante investe entrambi e mi sveglio.
- Da quanto hai questi sogni? - chiesi ancora.
- Da alcune settimane - rispose.
Scesi dal letto e cominciai a vestirmi. - Okay, facciamo così. Io e Warren partiamo subito, tu e Alan cercate di rintracciarlo. - le dissi.
- Va bene. - Poi fece una pausa. - Kaileena, fate presto - e riagganciò.
Warren mi guardò negli occhi. - Cosa succede?
- Nulla di buono - tagliai corto.
La sensazione terribile che avevo avuto quando Warren era stato rapito era tornata a galla e mi faceva gelare le ossa.  


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mercoledì 17 gennaio 2018

[Spinoff] Episodio 20




Con molta difficoltà, portai Warren nella mia stanza del motel e lo feci sdraiare sul letto. Presi il kit di pronto soccorso e cominciai a ricucire le ferite più profonde, lui non sentii nulla, era svenuto ore prima. Sfogliai il grimorio dello zio Mei e cercai tutte le ricette di impasti e intrugli che potessero aiutarlo a riprendersi il più in fretta possibile.
Una volta finito chiamai Amita e la informai della situazione. - Capisco, meno male. Se trovo quel bastardo che lo ha ridotto in quel modo, giuro che lo ammazzo - sbraitò.
- Resteremo qui finché non si rimetterà abbastanza da viaggiare. Per il responsabile... ci penseremo a tempo debito - le dissi.
- Stanne certa, lo farò fuori quel figlio di puttana! - continuò lei.
- Okay, devo attaccare, ora. Devo preparare un ricostituente per Warren... - cercai di tagliare corto con una mezza verità, sperando non se ne accorgesse.
- Sì, scusami... è la stanchezza. Anche noi abbiamo da fare qui. Ci vediamo il prima possibile - mi salutò.
- Certo, contaci. - Sorrisi.
Speravo di averla calmata anche se non ci credevo molto, non ero per niente brava in questo genere di cose. Ero molto più brava a far irritare la gente, come Evaline.
Continuai a curare Warren anche nei giorni successivi, riuscii anche a recuperare degli antibiotici e degli antidolorifici. Per una intera giornata gli venne la febbre dove delirando e nominando in continuazione il padre.
Forse è stato suo padre a provocargli quella cicatrice, pensai mentre gli bagnavo il viso per abbassargli la temperatura. Dal comportamento che aveva Warren sembrava terrorizzato dal suo vecchio.
Il terzo giorno mi sentii toccare il ginocchio, aprii gli occhi e con uno scatto sfoderai la pistola e la puntai verso il letto. Quando vidi Warren con le mani alzate e con gli occhi sbarrati, mi pentii di aver acquisito quel riflesso incondizionato.
Rilassai le spalle e rinfoderai l'arma. - Non farlo più, potevo ucciderti.
- Sarebbe il colmo, dopo tutto il lavoro che hai fatto per ricucirmi... - provò a scherzare, ma il suo volto era triste o deluso, non riuscivo a decifrarlo bene.
- Sì, divertente. - Riuscii a dire solo quello, poi calò il silenzio.
Dopo una trentina di secondi Worren disse: - Mi dispiace, ho fatto un casino.
- Tranquillo, ho sistemato tutto - cercai di rassicurarlo.
Lui sbuffò e si mise in piedi senza dire una parola. Cercò di raggiungere la porta del bagno appoggiandosi su ogni appiglio possibile.
Mi passò accanto senza guardarmi. - Che cosa stai facendo? - gli chiesi.
- Dalla data sul cellulare, è da giorni che non vado di corpo, vuoi farmi da balia anche qui dentro? - sembrava arrabbiato per qualcosa, ma non capivo cosa.
- Non capis... - provai a dire ma lui chiuse la porta dietro di se prima che potessi finire.
Aspettai pazientemente che uscisse seduta sulla sedia accanto al letto, si era fatto anche la doccia e, quando uscì, aveva un aspetto migliore di quando era entrato.
- Va meglio? - chiesi.
- Non lo so. - Faceva ancora fatica a guardarmi per qualche motivo.
Sospirai e mi alzai alla sedia. - Okay, hai fatto un casino ma grazie a questo ho scoperto che... provai ad ammettere.
- No, non hai capito nulla! - mi urlò gettando con veemenza la maglia sporca di sangue secco dentro la borsa che avevo usato per portare i vestiti nuovi che avevo comprato.
- Allora aiutami a capire - gli proposi con calma.
- Quel bastardo che mi ha torturato mi ha anche strappato via la dignità - diede uno sguardo veloce alla sua maschera appoggiata sul tavolo. - Speravo di morire, ero pronto per lasciarmi tutta la merda che ho dentro al petto e andarmene da questo mondo del cazzo. Poi sei arriva tu, mi hai salvato e guarito, mi hai visto in faccia. Speravo non accadesse, spero sempre che non accada mai con nessuno. - rispose con un nodo alla gola.
- E perché non dovevo vederti in volto? - chiesi confusa.
Lui si girò di scatto verso di me. - Ma sei cieca? Questa è la ragione, perché sono un mostro - mi urlò.
In quel momento capii cosa succedeva nella sua mente. Qualcuno gli aveva inculcato quel modo di pensare e per nascondersi e sembrare normale a tutti si metteva la maschera. Anch'io indossavo una maschera per non far vedere agli altri quanto fossi contorta dal dolore.
- Tu saresti un mostro? E da dove arriva questa stronzata? - gli chiesi sorridendo. Per me era un gran bel ragazzo invece.
- Mio padre me lo diceva sempre, soprattutto da drogato. Un giorno era più fatto del normale e mi picchiò con la mazza da baseball finché non si ruppe. Lui si infuriò ancora di più con me e continuò a picchiarmi col manico. Quando finì ero una maschera di sangue e questa. “Ti ho reso un vero mostro!” mi derideva ogni volta che mi guardava - mi raccontò.
- Warren... - provai ad avvicinarmi, pensavo che un abbraccio gli potesse essere d'aiuto, invece lui si spostò per evitarmi.
- Ecco, vedi? Adesso provi pietà, te lo leggo negli occhi. Non riesco a sopportare quello sguardo nelle persone, è troppo pesante - mi fece.
- Pietà? Per cosa? Per un evento tragico che ti è successo da piccolo? Credi davvero di essere un mostro solo per una stupida cicatrice? No, Warren, i veri mostri sono altri - alzai la voce.
- Le solite frasi fatte, Kaileena, sai quante volte le ho sentite? - sbottò lui.
- Ah, sì? Eccone una nuova allora: io sono un mostro! Io ammazzo gente con la facilità di bere un bicchiere d'acqua. Quando pianto una pallottola in testa a qualcuno o gli spezzo il collo a mani nude, io non sento nulla, Warren, nulla - sbraitai.
- Tu non puoi capire. La gente che ti fissa ogni volta che incroci lo sguardo... è per questo che indosso la maschera - urlò anche lui.
- Invece capisco benissimo. Da quando mio zio è morto provo una rabbia incontenibile. La mia anima è logorata dalla vendetta e dalla solitudine perché so che se non vado fino in fondo a questa storia non potrò tornare dalle persone che amo. E per fare questo sono arrivata a coinvolgere anche te, Amita, Den e Alan, pensi che non provi vergogna per questo? - gli confessai con un nodo alla gola.
Era vero, potevo fare fuori decine di persone che consideravo nemiche e non provare niente, ma mi sentivo tremendamente in colpa per chiunque potesse essere preso in mezzo al fuoco incrociato.
- Non lo so. Ho solo bisogno di aria... - tagliò corto e uscì dalla camera.
Io mi misi la mano sul petto, facevo fatica a respirare. Ancora ero restia ad accettare certi sentimenti verso altre persone perché lo ritenevo una distrazione verso il mio obbiettivo. Il problema era che reagivo così da quando ero una ragazzina, l'amore era una distrazione. Questa era la ragione per la quale non ho mai avuto relazioni serie o durature. Reprimevo tutto per poter lavorare meglio.
Rimasi in piedi davanti alla porta per qualche minuto impietrita, poi la maniglia si abbassò e si aprì. Sobbalzai di felicità quando vidi la cicatrice di Warren fare capolino.
Warren entrò nella stanza, chiuse la porta, si girò e si fiondò verso di me dicendo: - Ma che sto facendo? - Mi strinse delicatamente i capelli e mi baciò.
Io avvolsi le braccia attorno al suo collo e ricambiai il bacio. Mi piaceva sentirmi stringere da lui mentre mi spingeva piano piano verso il letto, io però lo fermai: se dovevo farlo, e volevo farlo, dovevo sfruttare quella occasione nel migliore dei modi.
- Che cosa c'è? - mi chiese preoccupato.
- Niente. Prendi la cintura dell'accappatoio in bagno - gli sorrisi.
Lui inizialmente non capì, poi mi sorrise e zoppicando andò a prendere quanto richiesto. Delicatamente ci togliemmo i vestiti continuando a baciarci e coccolarci, poi Warren mi legò le mani alla testiera del letto. Infine, eccitato, cominciò a stimolare clitoride e capezzoli. Per un po' era piacevole ma quando era sul punto di penetrarmi io lo fermai con le cosce.
- No, fermo. Non così - gli feci. Lui confuso si alzo da me e lasciò lo spazio per potermi girare a pancia in giù in una posizione tale che potesse essere più agevole.
- Sei sicura? - mi chiese con un po' di timore.
- Sì, sicurissima. - Sorrisi.
Warren mi stimolò con le dita e poi entrò con delicatezza. Il modo che aveva era impacciato e si capiva che entrambi non eravamo abituati a certe posizioni ma era comunque efficace. Avevo una voglia assurda di toccarlo con le mani ma mi era impossibile e la cosa era più eccitante. Warren, preso dalla foga, mi tirò delicatamente i capelli in modo da farmi alzare la testa. Quell'atto mi fece sbloccare del tutto dalle inibizioni e cominciai ad urlare e gemere di piacere come mai prima di allora.
Quello che mi stupì, invece, era la sensazione di pace e tranquillità che mi dava l'essere legata, sopraffatta da un'altra persona e il dolore piacevole che mi procurava quella posa inusuale. Quando arrivai all'orgasmo fu come se per un attimo non ci fosse più nulla. Niente rabbia, niente vendetta, niente odio. Solo il semplice vuoto della mente. Quando anche Warren finì, mi lasciò andare i capelli e la mia testa sprofondò nei cuscini. Avevo il fiato corto e mi girava lievemente la testa, ma stavo bene.
Dopo qualche minuto mi girai verso il ragazzo che mi aveva aiutata a trovare un attimo di pace in quel continuo turbinio di violenza e morte e gli sorrisi.
- Grazie - gli dissi con la voce spezzata.
- Kaileena, stai piangendo. Ti ho fatto male? Sono stato troppo impulsivo? - mi chiese mentre mi slegava i polsi. - Guarda quanti segni.
Mi osservai i polsi, erano pieni di escoriazioni, colpa dei miei tentativi involontari di slegarmi. - No, tranquillo. Non è colpa tua, sono io che ti ho chiesto di fare così.
- Ma... - provò a replicare.
- Sto bene. Grazie Warren! - e lo abbracciai baciandolo.
Lui non replicò. Non c'era nulla da dire, entrambi eravamo mostri di noi stessi e in quel momento stavamo bene l'uno con la compagnia dell'altra.



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mercoledì 10 gennaio 2018

[Spinoff] Episodio 19



Quando arrivai era ormai calata la sera, speravo di sfruttare il buio per infiltrarmi ma era pieno di guardie. La struttura esterna era simile a quello che i Cani da Guardia avevano fatto esplodere a New Orleans, entrare era stato molto semplice, soprattutto sfruttando il cambio di guardia.
Forzai la finestra del bagno ed entrai, poi aprii la porta ritrovandomi nell'ambiente principale. Era buio e le cataste di merce erano ammassate in modo tale da non intralciare l'enorme entrata.
Mi feci largo verso gli uffici cercando di non far rumore, purtroppo per proseguire dovevo attraversare uno spazio aperto al centro. Mi guardai attorno e vidi una porta ma ero troppo esposta per mettermi a scassinarla in sicurezza.
Decisi di proseguire ma per un attimo un pensiero mi fece esitare: Troppo facile.
In quell'istante le luci si accesero e una decina di streghe mi circondarono da ogni lato, non avevo vie di fuga. Maledii la mia fretta e di non aver tentato di percepire la forza vitale all'interno dell'edificio.
Dall'entrata una donna sulla trentina, in jeans e camicia nera si fece avanti e disse: - Davvero pensavi di entrare qui dentro come se niente fosse?
- In effetti sì - gli risposi cercando di pensare a un modo per uscirne viva.
- Hai fatto male. Vedi, quella donna aveva previsto che sarebbe venuto qualcuno in soccorso dello sfigato che abbiamo di la e, guarda caso, oggi pomeriggio ricevo un messaggio dai miei corrieri dove mi dicevano che erano stati trucidati. Però la mia sorpresa è sapere che è stata una strega a tentare l'impossibile. - mi sorrise la donna toccandosi i capelli castani.
- Lavori per Melinda Rodes? Che sorpresa - feci palesemente finta di essere sorpresa.
- Lei ci ha permesso di racimolare un be mucchio di soldi, anche alle streghe servono i soldi per vivere sai? - rispose avvicinandosi di qualche metro.
Sapeva benissimo che se provavo a fare una sola mossa falsa i suoi mi avrebbero uccisa in un istante. - Sì, lo so - le risposi.
- Perfetto! - esultò la donna. Poi indicò u paio dei suoi uomini. - Voi due, portatela qui dietro e fatela fuori. Poi liberatevi del corpo con discrezione - gli ordinò scandendo bene le ultime parole.
Io lasciai che mi prendessero le armi e che mi portassero fuori dal magazzino, il tutto senza mai levare gli occhi dalla donna che fece finta di niente.
Una volta arrivati in uno spazio anonimo dedicato ai container feci la mia mossa: diedi un calcio sul ginocchio al primo che cadde a terra dolorante e torsi il braccio al secondo ma lui provò a creare delle scariche elettriche per fulminarmi quindi glielo spezzai. Poi avvolsi le mie braccia attorno al suo collo e in pochi secondi perse i sensi. Presi le mie armi, andai dal primo e gli tirai un calcio al volto per tramortirlo.
Non volevo uccidere i membri di un altro Gran Circolo per evitare ripercussioni verso Evaline e gli altri. Non potevo permettere che i miei problemi diventassero anche i loro.
Tornai all'entrata principale ma avevano chiuso la serranda e scassinarla sarebbe stata una perdita di tempo. Mi guardai attorno e notai un muletto parcheggiato vicino a una recinzione e mi venne un'idea. Raggiunsi il veicolo, aprii la cassetta di accensione e armeggiando qualche filo riuscii ad accenderlo. Feci manovra posizionandolo in linea retta verso la grata, bloccai lo sterzo e misi un peso sull'acceleratore.
Alla velocità massima, il suo peso e le due pale elevatrici che facevano da ariete il veicolo era riuscito a squarciare la lamiera il tanto che bastava per entrare.
Le streghe all'interno si scagliarono contro il muletto vuoto che finì la sua corsa schiantato sul muro degli uffici. Io approfittai del momento di confusione delle sei streghe e, sparando in punti non vitali, neutralizzai i miei avversari.
Mi concentrai per percepire quante streghe rimanevano e ne contai cinque. Le altre due erano rimaste a fare la guardia prima, un classico, pensai percorrendo un breve corridoio.
Appena girato l'angolo due streghe mi attaccarono, la prima era una Strega Elementale che provò a colpirmi con due getti d'acqua pressurizzata. Io schivai per un soffio entrambi i getti che finirono per creare due buchi nei muro esterno in mattoni e riuscii ad avvicinarmi abbastanza per tirargli un pugno potenziato in faccia, cadde a terra perdendo i sensi. La seconda era una Strega Combattente con in mano un bastone con cui provò a colpirmi ma io, girandomi su me stessa, riuscii a sferrare una tecnica a palmo aperto con tutta la forza che avevo. La ragazza sputò sangue e cadde in ginocchio svenuta.
Se esco viva da questa storia dovrò ringraziare Tiffany per avermi insegnato il Tai Chi, non pensavo fosse così utile, pensai sbalordita.
Alzai lo sguardo e vidi altre due streghe in guardia e la donna a capo del Gran Circolo dietro di loro. Io ero troppo stanca per un altro combattimento corpo a corpo, misi le mani dietro la schiena e impugnai le pistole.
- Salve di nuovo - li salutai.
- Non te la caverai cosi facilmente, sei esausta e noi tre non siamo deboli come gli altri - fece una delle due streghe in guardia.
- Non ci batterai mai - fece la seconda strega.
Io sbuffai. - Siete davvero convinti di cavarvela con così poco? - chiesi.
- Questo è poco ma sicuro... - disse la donna avanzando e mettendosi davanti ai suoi sottoposti. - Perché nessuno ti attaccherà.
I due guardarono la donna confusi. - Sacerdotessa, che sta dicendo? - fece uno.
- Possiamo batterla... - provò a dire l'altro.
- È riuscita a sconfiggere l'intera congrega in pochi minuti e, come avete detto, sembra essere esausta. Pensate davvero che giocherà pulito contro voi due? Io no. E sinceramente sono stanca di questi spargimenti di sangue inutili. - spiegò la sacerdotessa. I due si guardarono di nuovo e si rassegnarono a obbedire agli ordini controvoglia.
- Avete finito? Ottimo. Dov'è il mio amico? - le chiesi rinfoderando le pistole.
- Il ragazzo è dietro quella porta. Quelli della Compagnia lo hanno ridotto davvero male - mi rispose.
Io a quelle parole la superai e corsi a vedere con i miei occhi cosa gli avessero fatto. Warren era seduto su una sedia con le mani legate dietro la schiena. La maschera che lo contraddistingueva era su un carrello affianco ad attrezzi per la tortura sporchi di sangue. Gli alzai delicatamente il volto e notai subito una vecchia cicatrice che percorreva tutta la parte destra del viso e larga quanto il suo occhio, e altre tumefazioni e tagli molto più recenti.
- Cristo Santo, guarda cosa ti hanno fatto - sbottai con un po di senso di colpa. - C'era bisogno di ridurlo così? - sbraitai verso la sacerdotessa.
- Noi non abbiamo fatto nulla, non lo abbiamo toccato nemmeno con un dito. Lui ha detto che nostro compito era quello di sorvegliarlo e lo abbiamo fatto. Punto - mi rispose con un freddezza.
Lo slegai notando che sulle dita non aveva più unghie, gliele avevano strappate via. Non riusciva a parlare e respirava a stento. Lo presi sottobraccio cercando di non fargli il meno male possibile e feci per uscire.
- Hai parlato di un uomo, di chi si tratta? - le chiesi.
- Non lo so, mi ha solo mandato un messaggio che poi è sparito dal mio telefono - mi rispose la donna.
Io la fissai negli occhi. - Oggi sei stata fortunata, non ho ucciso nessuno di voi. Ma se provate a intralciarmi di nuovo o se continuate a lavorare per la Compagnia, vi darò la caccia e vi farò fuori dal primo all'ultimo senza pietà. - Ero sincera, non avrei risparmiato nessuno di loro.
- Certo, capisco - mi fece un inchino.
- No, invece. Non hai capito un cazzo. Ora sei in debito con i membri della mia congrega. Se vi chiamo, voi rispondete, chiaro? - gli urlai con tutta la rabbia che provavo.
La donna intimorita annuì. - Lo faremo
- Lo spero per voi - ribadii mentre portavo via il mio amico.
- Non mi sognerei mai di mettermi contro un angelo della morte - rispose la sacerdotessa.
Mentre uscivo per la seconda volta da quel posto vidi il disastro che avevo combinato e compresi perché la sacerdotessa mi avesse chiamato il quel modo: ero brutale, fredda e determinata con la capacità di decidere chi vive e chi muore.
Quel giorno, per la prima volta nella mia vita, ho avuto paura di me stessa.


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mercoledì 3 gennaio 2018

[Spinoff] Episodio 18





Per tutto il tragitto avevo avuto continui pensieri come: Gli avranno fatto del male? Sicuramente è morto. Non lo rivedrò mai più, e la cosa mi spaventava. Tutte le persone a cui volevo bene facevano sempre una brutta fine. Alla fine riuscii a scacciare quei pensieri, grazie all'addestramento militare che avevo ricevuto, con un pensiero che surclassava gli altri: La mia missione è salvarlo, il resto non è contemplato.
Per arrivare a Houston ci misi due giornate, era strano ritrovarmi in una metropoli americana così grande e con palazzi così alti da farmi venire le vertigini a guardarli. A differenza di New Orleans, Houston aveva una struttura semplice e chiunque, con un po' di cervello, poteva trovare il suo obbiettivo senza sudare troppo.
Un male per loro, una fortuna per me, pensai mentre percorrevo la Main Street.
Trovai un Motel di terza categoria vicino a una delle vie principali della città e, dopo aver riposato qualche ora, mi misi a cercare notizie nei bassifondi. Sapevo bene che se volevo informazioni in una nuova città era sempre il metodo più veloce e attendibile per trovarle.
Feci vari buchi nell'acqua finché non arrivai ad un vicolo pieno di barboni e malviventi. Ci entrai quasi del tutto scoraggiata e, percorso qualche metro, da una porta in acciaio sbucò un uomo sulla quarantina e vestito con pantaloni e giacca di pelle scuri.
- Ma ciao bambola - sogghignò eccitato l'uomo.
Io mi fermai e svogliata mi girai verso di lui senza parlare.
- Sei davvero uno schianto. Il tuo pappone ti fa andare in giro come se niente fosse o sei scappata? - mi chiese leccandosi le labbra.
- Ti sembro forse una puttana, stronzo? - gli chiesi di rimando.
Lui fece un passo in avanti. - Se non sei una puttana allora sei capitata nella parte sbagliata della città, mio piccolo involtino cinese. - Sorrise.
Dietro di me percepii due forze vitali molto deboli, sembravano semplici umani. - Vi conviene lasciarmi passare, non sono dell'umore giusto per giocare con voi - gli risposi.
Lui si mise a ridere. - Io dico che ti conviene venire dentro. - E mi fece uno sguardo eloquente, sapeva che stavo cercando qualcuno.
Mi decisi ed entrai nell'edificio senza dire nulla. L'interno era un semplice condominio con un corridoio e varie porte, l'uomo mi condusse verso l'ultima a destra. L'appartamento in cui entrai era completamente vuoto tranne che per un divano e un tavolo con quattro sedie.
- Prego, siediti - mi disse l'uomo indicando una delle sedie. - Bene, ora che siamo seduti contrattiamo il tuo servi... - provò a dire.
- Chiudi quella fogna. L'unico contratto che farò con te è: tu mi dici cosa sai e io non ti faccio saltare il cervello - lo guardai negli occhi. Ero seria, stavo perdendo tempo prezioso e la cosa non mi piaceva.
Lui si mise a ridere. - Hai le palle, piccola cinesina dei miei sogni, ma qui sei tra gli adulti e noi non scherziamo.
Sfilai le pistole dalle loro fondine, le poggiai sul tavolo e le puntai verso l'uomo. - Neanch'io.
Lui e i suoi uomini rimasero di sasso. - Non... non le avevate notate prima? - chiese in generale.
- No, capo... - annuì il primo. - Ha un culo da favola e non... - disse il secondo cercando di giustificarsi.
- Idioti. Vedono un bel pezzo di fica cinese e gli va in pappa il cervello - sbottò il loro capo.
Tirai indietro i percussori. - Comincia a parlare. Adesso! - gli urlai.
L'uomo alzò le mani. - Sì, calma, calma. So che c'è una banda nuova in città, sembra che stiano facendo da corrieri per alcuni pezzi grossi. Armi, droga, prostitute, tutto quello che puoi desiderare lo portano loro, zuccherino cinese - continuò a guardarmi il seno.
- Ehi, non chiamarmi più così - scandii bene le parole guardandolo in modo truce. - Dove posso trovare questi corrieri? - gli chiesi.
- A sud c'è un palazzo in mattoni abbandonato, lo riconoscerai dal murales di un Buddha seduto con in fronte una fottuta svastica nazista. Non avrai problemi a trovare quel posto, cinesina - mi rispose.
Di nuovo? Questo stronzo ha bisogno di una lezione, pensai infuriata. Mi alzai e senza dire nulla mi avvicinai all'uomo e gli appoggiai la canna di una delle pistole sul ginocchio. - Sono giapponese, coglione. - E glielo spappolai.
L'uomo urlò di dolore e mi insultò mentre i suoi uomini accorsero per medicarlo, io invece uscii camminando e senza trovare resistenze.
Tornai alla moto e andai verso sud. Cercai il posto che mi avevano descritto ma inizialmente non trovai nulla. Poi, in mezzo ad altri edifici abbandonati, trovai il Buddha seduto. Andai dentro uno degli edifici adiacenti e portai il fucile da cecchino smontabile che avevo messo dentro il sellino della moto.
Col mirino contai i miei obbiettivi. Due erano di guardia, altri tre erano all'interno e l'ultimo stava pisciando su un cespuglio. Sei in tutto, bene, sorrisi.
Sparai i primi due colpi che arrivarono alle teste delle guardie. Un terzo a quello che stava pisciando ed infine gli altri due che erano accorsi a soccorrere i loro compagni. Cinque centri perfetti.
Smontai il fucile e corsi alla moto dove lo lasciai cadere, poi corsi, usando un po' di forza vitale, verso l'edificio col Buddha dove trovai il sesto bersaglio nascosto dietro delle casse d'armi, stava tremando e in mano impugnava un uzi.
Quando premette il grilletto io mi riparai dietro una colonna portante del palazzo e aspettai che finisse i proiettili per ricaricare. Quando finì di sparare, presi un bel respiro, uscii allo scoperto e mirai alla spalla destra. La mia preda cadde a terra ma si rialzò di nuovo e provò a scappare. Io puntai alle gambe e, dopo qualche colpo a vuoto, lo gambizzai.
Mi avvicinai camminando e ricaricando le pistole. - Hai finito di scappare? - gli chiesi.
- Tu, maledetta puttana. La pagherai per aver distrutto la mia congrega - sbraitò lui.
- Potevate non mettervi in affari con gente del genere - gli risposi severa.
Lui ansimò e gemette di dolore. - Mi hai lasciato vivere perché ti servo, quindi che cosa vuoi? - mi chiese esausto.
- Il ragazzo con la maschera con le borchie che avete portato qui da New Orleans due giorni fa, dov'è? - gli chiesi puntandogli una pistola alla testa.
- Ragazzo? Quale ragazzo? - mi chiese sperando non capissi che stava mentendo.
Io tirai indietro il cane e lo fissai negli occhi. - Vuoi tentare di nuovo?
- È... è al molo in un magazzino controllato dal Gran Circolo del Texas - mi ripose. - Ma non ne uscirai viva, stupida puttana - si mise a ridere isterico.
- Grazie! - gli dissi e feci per andarmene, poi mi girai e gli sparai in fronte. - E nella prossima vita non insultare chi ti punta una pistola addosso.
Cercai tra le casse di armi quello che poteva servirmi: alcune granate, un fucile tattico e caricatori pieni, proiettili per le mie pistole e due uzi con caricatori. Misi tutto in una borsa e tornai al Motel per organizzarmi. Avrei fatto di tutto per salvare Warren.


Per chi volesse contribuire in questo modo all'editing dei libri: Grazie mille.


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